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4) E quell'uomo diventò una metropolitana.

Ero tranquillo e beato in metropolitana. Leggevo, studiavo, stavo attento. "Niente male", pensavo cercando di essere meno surreale possibile. La pandemia si sentiva ancora, ma nel vagone c'erano spazi ampi e la segnaletica adeguata. Con me c'era anche Franco (nome in codice di Franco). Eravamo ognuno per i fatti propri, quasi perfetti sconosciuti. Io su una panchina, lui su quella di fronte. Entrambi con il dovuto spazio intorno. Questa bellissima e noiosissima storia andò avanti per una dozzina di fermate, fino a quando, a Piola, calò il sipario del caos. Entra un tizio. E si siede a fianco a me. Sul posto vietato.

3) La volta che diventai un gabbiano.

Me la stavo chiacchierando amabilmente con Wilfredo, quando a un certo punto diventai un gabbiano. O meglio. La mia testa divenne quella di un gabbiano. Ero tutto bianco, piumato, occhi piccini e furbi e un bellissimo becco giallo lievemente uncinato. Così, con la barba, stavo comunque da Dio. Fu uno shock. Ma anche uno show (vidi la trasformazione in diretta durante la videochiamata). Di primo acchitto non seppi cosa fare. Wilfredo mi guardava, un po' preoccupato. Ma forse aveva paura che sarebbe successo anche a lui. Non accadde, sfortunatamente. Era rimasto uno struzzo, meno male.

1) Fuori era buio ma anche dentro non scherzava un cazzo.

Insomma, io e Wilfredo eravamo lì a parlare e straparlare di cose poco divertenti già da un po'. Ma riuscivamo comunque a mantenere buono l'umore grazie anche a po' di superalcolici vintage ma non per questo fuori moda (fuori luogo? fuori forma? chi se ne frega). Con noi c'era anche il levriero del piano di sotto che però ci lasciò al secondo bicchiere. - Scusate ragazzi ma domani porto i bimbi a scuola. Ovviamente intendeva i figli del suo padrone, un macaco. Se ne andò in fretta ma secondo me aveva capito l'antifona e non aveva voglia di evocare questioni famigliari brusche e faticose. Cosa che invece io Wilfredo ormai stavamo affrontando a viso aperto, come ai vecchi tempi (davvero?). Gli chiesi di andarsene, ma non prima di finire di parlare. Questione di padri, certo. Questione di figli, certo. Adulti, ragazzi, crescere, screscere, inventare parole come fossero fuffole imperaggiste. Non era semplice parlare di morti e fu nerali, non lo è per nessuno. Fuori...

Sottosopra e io pure.

Non so se vi è mai capitato. Dalla finestra vedo tutto capovolto. Il cielo al posto dei palazzi. Le nuvole al posto delle macchine. Forse l'architetto di questa casa era un rincoglionito. O forse è colpa del pipistrello che ho leccato a cena. Non so. Di sicuro la prossima volta chiamerò un professionista e non mi comporterò in modo bizzarro con gli ospiti.

Quei due e Sally.

- Cosa le hai regalato? - La Luna. - Dove l'hai trovata? - Dai cinesi all'angolo. - Non sapevo ce l'avessero. - Ovvio, non sei un tipo romantico. - Almeno io ho una ragazza vera. - Amo Sally come una donna normale. - È un diapason, cazzo. - E tu sei un elastico, ma non te lo rinfaccio ogni giorno. - Non te ne sarò mai grato abbastanza. - Sei come un fratello per me. - Ma chi è quello? Li presi a fucilate e mi sposai con Sally.

Indagine su due cittadini al di sotto di ogni sospetto. Una storia verosimile. Terza parte di un racconto sperimentaloide.

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Primo giorno Secondo giorno TERZO GIORNO Titanio e acciaio possono non andare d'accordo. Son metalli, certo. Fanno rima, certo. Ma non per forza devono condividere la stessa struttura. Anche il solo pensiero di sfiorarsi potrebbe convincerli a fondersi ognuno per i cazzi propri. Ma non romperti la testa, no. Non puoi pretendere di trovare una ragione, un motivo, una causa a tutto. Non si sopportano. Non c'entrano le molecole. La fisica lasciala a casa. La chimica riportala in cantina. Tutto quello che hai risolto in passato, antipatie, inimicizie, tradimenti, dimenticalo. Perché non ti serve a un cazzo. Non ce l'hanno, ma quei due non si sopportano a pelle. Hai mai provato a immaginare che il titanio abbia una pelle? Oppure l'acciaio? Tutto ha uno scheletro ma quasi nient'altro ha una pelle. Affibbiamo ossa e cartilagine a qualsiasi cosa che ricordi una struttura portante. Poi abbiamo carrozzerie, guaine, vernice. La casa non ha una pelle. Nemmeno un ponte. E...

Indagine su due cittadini al di sotto di ogni sospetto. Una storia verosimile. Seconda parte di un racconto sperimentaloide.

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(PRIMO GIORNO) SECONDO GIORNO Fuori non è nemmeno l'alba ma di dormire neanche l'ombra. Mi alzo, vado al cesso, sbrigo un po' di cose. Nessun messaggio sul cellulare, nessuna mail in posta. Infilo la tuta, il parco è qua vicino. Mezzo litro di succo di frutta, un po' di pane e cioccolato e vado. Chi mi dice che magari non becco qualcuno per fare qualche domanda? Angelo, salutista, 27 anni che sembrano 30. Disoccupato. - Da quando ho perso il lavoro, sei mesi fa, vengo a correre ogni mattina. Facevo il meccanico, nell'officina dell'Amleto. Poi però il poveretto ha avuto in infarto, solo settant'anni. Io ho provato a mandarla avanti per un po', poi però i debiti erano troppi, mica me n'ero accorto subito. Porcaccia. Adesso sono 6 mesi che sono a casa, un inferno, guardi. Non è che per caso da voi cercano qualcuno? Imparo in fretta. In mezzora è l'unico che incontro. Sono abbastanza sudato e fresco per andare a casa, lavarmi, farmi...

Indagine su due cittadini al di sotto di ogni sospetto. Una storia verosimile. Prima parte di un racconto sperimentaloide.

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PRIMO GIORNO Bruno, il panettiere che sta all'angolo. - Non saprei dirle. I ragazzi che fanno il turno del mattino me ne hanno accennato ogni tanto, ma in fin dei conti a me non frega chissà cosa. E poi son troppo preso dalle mie cose per badare a due tizi che continuano a rincorrersi. Ho un negozio da mandare avanti, un mutuo, una ex moglie e le rate della macchina. Figuriamoci se ho il tempo per stargli dietro. Guarda qua, michette appena sfornate. Senti che profumo. Sandra, la sciura settantenne sempre in pelliccia. - Non se ne può più. E poi secondo me son dei drogati. Sì. Ormai questi giovani non pensano altro che a drogarsi. Si trovassero un lavoro, dico io. I nipoti di mia sorella, quelli sì che hanno la testa sulle spalle. Uno è negli Stati Uniti, fa delle cose strane, difficilissime, con i computer. L'altro ha aperto un bar su in montagna. A questi qui che girano da queste parti un calcio in culo gli darei, sì.