martedì 22 gennaio 2013

Oltre l'ingenuità

In metro: bionda geniale,occhi scuri,circa vent'anni, che racconta all'amica "Io sarò ingenua,ma non mi aspettavo di perdere la verginità così". 
Scende a crocetta sul più bello.
Cazzo.

venerdì 18 gennaio 2013

Una serata durante gli anni '90.

Avevamo un paio di biglietti per il concerto, sembrava potesse accaderci nulla, sembrava di stare con la testa fuori dal finestrino di una macchina in corsa, sembravamo eterni. Sì, e voi altri chi cazzo siete? E per una volta lo sfizio di tirarcela ci prese sottobraccio, dama di compagnia gratuita, una vacanza dalle piazze di chi viveva la discoteca solo dal privè perché guai a mischiarsi con gente che non conosci. Erano passati due anni dall'ultima birra e avevamo gli stessi cappottoni scuri, bavero alzato, la nebbia dentro di chi se ne fotte della disoccupazione ma aspetta che se ne vada, beh, sta di fatto che mancava ancora un fottio al filaforum e ci accorgiamo che non ci siamo ancora presi niente da bere, che quello che avevamo comprato alla standa era finito, e lui con lo stesso raffreddore di quando ci siamo lasciati mi trascina dentro un bar qualsiasi dal nome qualsiasi. Una dietro l'altra ci scoliamo un paio di birre a testa e gli anni trascorsi io qui e lui chissà dove, a rincorrere desideri usa e getta tra puttane e amori totali e devastanti, e scopro quanto mi sia mancato capirlo e potermici riflettere. Io di me gli racconto poco e un cazzo, sono sempre rimasto nel mio studio con la tapparella mezza abbassata, un paio di macchine da scrivere, un bordello su cui appoggiare roba e un telefono che squilla quando non ci sono. Una sigaretta dietro l'altra ed entrambi abbiamo rischiato di diventare padri, entrambi siamo entrati in depressione, entrambi abbiamo deciso che era ora di farla finita, entrambi ci siamo aggrappati all'unica cosa per cui vale la pena vivere: la propria vita. Ed entrambi ci accorgiamo di quanto la nostra storicità sia sempre la stessa, solo con un chilo in più di anni a certificarne non tanto l'evoluzione ma il consolidamento. E di questo non ci dispiaciamo affatto. Usciamo ubriachi e abbracciati come due innamorati, c'è differenza?, ci incasiniamo a vicenda alternando nostalgie a puttanate, che a volte coincidono, sbalorditi da quanta vita abbiamo voglia di vivere, rispolverando promesse vecchie come il nostro alcoolismo sulla casa insieme, l'addio al celibato, le domeniche insieme, le vacanze insieme, mia figlia che si sposa con suo figlio e le nostre ceneri sparse nel cortile della nostra scuola superiore, quando incontrarsi era ancora romantico perfino tra amici. Il concerto è finito da un pezzo, tanto non ci saremmo arrivati vivi e comunque ce lo siamo dimenticato, chiamiamo un taxi ma sono solo auto che passano e non si accorgono di noi che intanto senza dircelo speriamo che non albeggi mai, e l'inchiesta, il fervore dei primi articoli, il magazine finito nel cesso nel vero senso della parola, forse quello è un taxi, non ci siamo ancora abituati all'idea che domani tutto sarà finito. Oh, cazzo. Arriviamo a casa mia, sbaglio un po' di volte la chiave e subito a ridere come quindici anni fa quando non persi la verginità perché mi ero fatto mezza bottiglia di vino per festeggiare l'evento incombente e ci impiegai un'ora buona prima di imbroccare la serratura, almeno qualcosa era entrato, finiamo per terra, rovesciati come libri e aperti come tali, e lui mi chiede che cazzo ci rimango da queste parti, gli rispondo per lo stesso cazzo di motivo per cui lui è tornato, e quando mi dice che non ne ha idea il cuore mi si annoda nel dubbio che forse non cresceremo mai, poi sciolgo tutto, sparo una cazzata delle mie, rimaniamo vestiti, crollasse il mondo da qua non ci alziamo, una serata spettacolare, senza fare nulla di così spettacolare, ma darei la vita per vivere una vita fatta di serate tutte così. Buonanotte.

giovedì 17 gennaio 2013

Bipolarismo anzi no.

Non vado d'accordo con i bipolari. Anzi sì.

martedì 15 gennaio 2013

lunedì 14 gennaio 2013

Must See #10. Luisenzaltro, Problema Digestione (2013) - Produzione Coitempichescorrono

Produzione Coitempichescorrono.
www.coitempichescorrono.com
coitempichescorrono@gmail.com

Il precario è costretto a vendersi a meno del minimo sindacale pur di lavorare. Possiamo quindi osservare che il precariato è prostituzione, di quelle più beffarde. Viene meno anche la dimensione della contrattazione. In tutti i sensi.


2013 - Valsusa Film Fest - Selezione finale Videoclip Musicali con budget
2013 - What's Up 2013 - Secondo posto

Luisenzaltro, Problema Digestione
PRODUZIONE COITEMPICHESCORRONO
Soggetto: Guido Ingenito - Regia: Stefano Etter - Montaggio + Art Direction: Sami El Kelsh - D.O.P.: Giacomo Frittelli - Produzione Esecutiva: Chiara Tagliazucchi.

Si ringraziano: Danilo D.M. Valeria T. Stefania&Patrizia D. Mario T. Giuliana C. Gloria S. Luca G. Nicola P. Alessandro R. Elena C. Stefano M. Giorgio N.

sabato 12 gennaio 2013

Il tempo morto.

Eravamo io e lui.
Ricordo bene.
E il cadavere.
Lui me lo ricordo meglio.
Ci si ricorda meglio dei morti, questo è ovvio.
A volte ci si costruisce fortune solo grazie ai decessi.
A volte perché sei la causa. E lavori su commissione. Altre volte perché sei il parente che non ha saputo fare altro nella vita che parassitare sul talento del caro estinto.
Vedi gli artisti. Magari i pittori. Il più delle volte accade con i cantanti. Contanti. Con tanti saluti.
Vedi...
Come non detto.
Ma non disperdiamo.
Che il tempo è denaro.
Che il tempo è denaro?
Sì.
"Il tempo è denaro"
E se non l'aveste capito il tempo è denaro.
E il denaro non può essere tempo.
Non chiedetemi il perché. Così è se vi pare.
Comunque siamo ancora lì, io e lui e un cadavere.
Lo avevamo ridotto a una mongolfiera sgonfia. Un paragone stupido. Quasi avvilente. Ma non trovo altri modi per definire un obeso mitragliato, vestito con le mutande color cesta e le bretelle colorate.
Una morte affatto dignitosa. Sempre che esista un'etica della morte. A questo mi rimetto ai filosofi. Su cui non mi pronuncio sulla loro ragione di vita. Capire la morte. Capire la fine. Che secondo me quando non si ha chiaro l'inizio figuriamoci se può essere limpida la conclusione. Scusate, ho il vizio di andare oltre.
L'avevamo ucciso perché ce lo avevano ordinato.
Come chi? Il cadavere.
Il cadavere è quello che abbiamo ucciso. Che prima era vivo. Quelli che ce l'hanno ordinato sono ancora vivi.
Sta di fatto che, sigaretta alla mano, due notti in bianco sotto gli occhi, scatole di carne e tonno sottolio (lui cucina così male che possiamo dirlo non sa cucinare) a un certo punto lui se ne esce:
- Aspettiamo che nevichi.
- Lauro, che cazzo dici? Non siamo neanche a febbraio.
- Ah, perché non ha mai nevicato al di fuori di dicembre.
- Siamo in Costa D'Avorio. Cazzo.
- Dici un sacco parolacce, sai?
- Mia madre me lo rimproverava sempre.
- E...?
- Le dicevo in altre lingue.
-.Dai sparane qualcuna.
- E' passato così tanto tempo. Lascia perdere.
- Te l'ho mai detto che solo chi lascia perdere sa vincere?
- Questa è di Alessio Luise.
- E vincere, e vinceremo?
- Un mascellone che ha mandato gente a marciare su una città aspettando cagandosi sotto in treno.
- Vedo che hai studiato.
- Lauro, ma di che cazzo stiamo parlando? Abbiamo un cadavere che sembra una groviera lievitata, pesa sì e no circa 120 chili, siamo senza benzina, ci sono rimasti solo 50 euro che i soldi ce li accreditano tra un paio di settimane, siamo in Africa e nel giro di qualche minuto qui si riempirà di gente pronta a strapparci i coglioni.
- Ci conviene farci una dormita. Anzi.
- Oh Gesù.
- E se tutto questo ce lo fossimo solo sognato? Immagina. In realtà noi siamo ancora a casa nostra.
- Lauro. Facciamo così.
Gli sparai. Ne avevo pieni i coglioni. In tutti i sensi, anche quelli stradali. E questa non ha fatto ridere nessuno.
Ora ero da solo.
Ricordo bene.
E due cadaveri.
Me li ricordo meglio.

martedì 8 gennaio 2013

The Verve, Lucky Man (1997, Urban Hymns) - Traduzione



Terzo singolo estratto da Urban Hymns, il loro (terzo) album di maggior successo (quello da cui proviene Bittersweet Simphony tanto per capirci, anno 1997), Lucky Man è un inno personale che sprona ad assecondare la passione che ognuno di noi prova vivendo la propria vita. Che dipenda dall'incontro con un'altra persona, dai successi personali, o del semplice gusto di non imbarazzarsi per le proprie azioni, spinti dagli archi presenti nella canzone ci si culla nella consapevolezza che la felicità è di principio autodeterminata. Il tutto in un piacevole brit pop anni '90 dalle sottili tinte urban.
Almeno. Questa è la sensazione che provo io quando la ascolto.

Curiosità sul video: ne esistono due versioni (entrambi girati da Andy Baybutt, regista soprattutto di documentari sulla musica, come ad esempio lo spettacolare "Something from anything: the art of rap"), uno per il mercato inglese e uno per il mercato americano.


Questione di carattere.

Lui capì che quella strana stanza aveva un brutto carattere. Aprì le finestre per cambiare l'Arial.

sabato 5 gennaio 2013

Noir (futurista) #1. Finale.

Questo suona come un lungo addio
e succede tutti i santi giorni.

Ricordi sparsi nel web
più posaceneri che accendini
promesse infrante tra gli stessi vestiti da dieci anni e il solito disco in loop.
Quattro scatole
- davvero, piene di cosa? -
un cappello all'improvviso
e questo è tutto ciò che è stato.
Non è un trasloco: è che è finita.
Sottobraccio alla delusione si fuma l'ultima sigaretta
che tanto è il momento perfetto per ricominciare.
Gli scappa un sorriso,
non gli succedeva da almeno un paio di stagioni.
Si è già disperato abbastanza,
più o meno da quando cominciò.
Il gatto che non è più tornato è il suo tormento più soffocato.
Il reintegro in polizia quello più ipocrita.
Le donne che ha amato non le vedrà mai più.
Lo odiano.
Meglio così,
almeno vuole credere.
Quando spegne la luce
è come schiacciare il cane della rivoltella.
Almeno crede, visto che non lo ha mai fatto.

Click!
Bang!

Davvero è finita?
Basta con il minimo sindacale più le spese?
Basta con cornuti, mignotte e figli di puttana?
Basta con la speranza di appendere al muro qualche bastardo?
Basta acqua alla gola, conti da saldare, debitori e le provvidenziali annesse amnesie?

Che di diventare ricco non gliene era mai fregato un cazzo.

Si tira dietro la porta,
quasi la sradica, quasi se la mette sulle spalle.

E la città perde qualcosa di cui non gli era mai importato.
L'unico a farlo era lui.

E sono sicuro che dopodomani
qualcuno
passerà da quello studio
e si dovrà rassegnare
a mettere qualche bastardo al muro da solo.

Testa di cazzo.
Proprio dopodomani
quando ce l'hai avuto qui per almeno dieci anni?

Lui va via.
Vabbeh.
Anche se lo ho descritto
un po' alla lontana
confesso che mi ci ero già affezionato
Ciao!

giovedì 3 gennaio 2013

Must See #6. Martin Rosete, Voice Over (2013)


VOICE OVER (English subtitles) from Kamel Films on Vimeo.

Cortometraggio di una raffinatezza rara e curato come pochi se ne vedono in giro. Un viaggio di sensazioni raccontato attraverso tre situazioni drammatiche che porteranno a un epilogo pazzesco.
Il cinema spagnolo è tra i primi in Europa.

Starring: Jonathan D. Mellor, Feodor Atkine
Directed by Martin Rosete
Produced by Koldo Zuazua, Sebastian Alvarez, Manuel Calvo, The Rosete Brothers
Cinematography by Jose Martin Rosete